Esce “Mare di conchiglia”, arcipelago di racconti

Sono quattordici i racconti che compongono il mio nuovo libro. “Mare di conchiglia” esce a settembre in libreria, pubblicato da Laurum editrice. C’è molto di me, sono persino in copertina (foto scattata da Luciano Salvatore a Marina di Alberese). Soprattutto c’è il mare, che unisce e allontana, che tiene in attesa, libera e protegge. Ci sono incontri, di sentimenti freschi con nuovi luoghi da scoprire e di ricordi con l’isola dell’infanzia, la Sicilia. E incontri con personaggi fondamentali della letteratura, come Carlo Fruttero. Ma non è una autobiografia. Sì, è vero, parlo spesso in prima persona e cito per nome le mie zie Cettina, Nevia e Mariella. Ma compaiono altri personaggi, scaturiti dalla mia fantasia. Così come spesso romanzati sono gli spunti della vita reale.

Il giornalista Fabrizio Brancoli, direttore del quotidiano Il Tirreno, mi ha fatto un dono prezioso: una prefazione bellissima.

Eccola…

“La scrittura lieve è una qualità speciale, non la posseggono molte persone. Sembra facile, non lo è. Scrivere è anche affrontare l’agguato costante della ridondanza, della vanità lessicale: ci sono demoni, nel tuo cuore, che si allungano fin dentro i tuoi polpastrelli e ti circuiscono a suon di aggettivi specifici, di frasi complesse. Dai, forza, dimostraci se vali veramente.  Aggiungi quelle parole, insisti sul concetto, doma il vocabolario e spara fuochi d’artificio: fallo, ti sfidiamo. Restare fuori dalle tentazioni di questa falsa opulenza, che spesso allontana i lettori invece che richiamarli, è una questione di equilibrio, di saggezza ma spesso anche di talento. Perché la semplicità è un talento: è il nitore dell’espressione, la capacità di raccontare senza indurre fatica, né noia. Curare le cose minime è difficile.

Irene scrive leggero.

Non che questo significhi debolezza, anzi. Si intercetta anche una certa grinta, nel difendere certe scelte o nello spiegare certe deviazioni esistenziali, guidate dal precariato ma poi anche dall’incontro con il grande amore. Ma il colore di fondo di questo libro resta quello di una serie di delicati acquarelli. C’è la vita, quella vera e normale, che percorre queste pagine dove mangi una schiaccina presa dallo zaino, cammini e conversi con un’amica, assorbi racconti altrui, corri in un frutteto e incontri un comico in una palude.

Così, provo a riassumere che cosa c’è, qui dentro. Di che cosa scrive Irene?

C’è spesso il sole, c’è ovunque il mare (curiosamente, è sempre un mare dell’ovest).

C’è molto ricordo.

Ci sono i cinque sensi, i profumi, i sapori, i suoni delle cose.

Ci sono molte donne, che belle.

E naturalmente c’è una volpe ladruncola.

Mi è parso di capire, sfogliando questi brevi affreschi di parole, che Irene ami molto le isole. Fanno proprio parte di lei. Così, mi piace considerare questo libro come se fosse un arcipelago, dove la geografia lascia il posto all’emozione narrata. Un arcipelago dove possiamo spostarci e conoscere approdi sempre diversi, scegliendo noi la rotta più adatta al momento. Non è un dono da poco”.

Spero che i racconti vi terranno buona compagnia. Che suscitino emozioni.

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L’Atlante dell’Invisibile di Barbaglia, per non smettere mai di sognare

Ti cattura e trasporta in un’atmosfera fiabesca L’Atlante dell’Invisibile, il secondo romanzo di Alessandro Barbaglia, pubblicato da Mondadori, prima edizione maggio 2018. La Locanda dell’Ultima Solitudine, uscito nel 2017, era stato una scoperta, una luce improvvisa che mi aveva fatto conoscere Barbaglia, poeta e libraio di Novara dallo sguardo profondo e il viso sincero. Nel frattempo quel suo primo romanzo, finalista al Premio Bancarella, è diventato Oscar Mondadori e audiolibro. Stavolta, quindi, si doveva fare i conti anche con l’aspettativa. La mia era alta. E alla fine della lettura sono felice di sentire che l’aspettativa non è stata delusa. Anzi, questo secondo romanzo dimostra che Barbaglia avrà ancora molto da raccontare, regalandoci piacevoli ore tra le sue pagine, i personaggi, le storie, i guizzi poetici, lasciandoci a tratti degli interrogativi sulla vita. Nell’Atlante dell’Invisibile si alternano i capitoli in cui si narra di tre bambini e di una giovane coppia.

Ismaele, Dino e Sofia vivono a Santa Giustina, paese di baite ai piedi delle Dolomiti che sta per essere sommerso da una massa enorme di acqua che cancellerà il loro prato dei giochi, tutto il loro mondo reale e invisibile. La costruzione di una diga, infatti, creerà un lago artificiale. Il progetto iniziale risale al 1946, anche se di fatto per giungere agli espropri, a cui all’inizio gli abitanti si ribellano, e alla sua realizzazione si arriva agli anni Ottanta. Gli altri due protagonisti sono Elio e Teresa, due giovani che si conoscono proprio nel 1946, per l’esattezza il 19 marzo, in un bar sport gremito di gente attenta a seguire la cronaca radiofonica della prima Milano-Sanremo del dopoguerra. È proprio nell’intervallo interminabile tra il vincitore Coppi e il secondo arrivato, Lucien Teisseire, che i due hanno modo di sfiorarsi in un ballo, l’inizio di un grande amore.

Elio costruisce mappamondi originali, elargisce laghi e vulcani, montagne dove crede che stiano meglio. Annulla i confini, crea nuovi mondi tutti da esplorare. Anche se poi Teresa, pignola, rimette in ordine le geografie. Come i tre bambini di Santa Giustina, anche Elio riesce a scorgere l’invisibile tra le pieghe del reale, con gli occhi della fantasia. Alla fine le due storie parallele confluiranno in unico racconto epifanico. Con il suo stile unico, poetico, romantico, Barbaglia commuove e fa sorridere. Mi ha ricordato che per molto tempo non sono più riuscita a vedere nulla nelle nuvole se non le nuvole stesse. Da quando l’amore è nella mia vita, ho ricominciato a scorgere volti, animali, conchiglie. Quella parte bambina di noi che spesso è schiacciata dal quotidiano, si è riaffacciata. Al piccolo Lorenzo, nato a maggio, quando è uscito il libro, sono sicura che suo padre Alessandro Barbaglia racconterà favole meravigliose. Molte cose scritte nel romanzo sono inventate, qualcuna è vera, e vanno a braccetto. Il libro è molto bello e forse nella parte finale lo è ancora di più, si veste di una intensità maggiore. È un po’ la resa dei conti, quando le divisioni si riuniscono, da cui imparare un messaggio per vivere meglio questa vita, a volte tanto difficile eppure pronta in un attimo a stupirci di straordinaria bellezza.

Pausa nozze, ritorno al blog

All’improvviso la mia vita è cambiata. Quando immaginavo il futuro con me e il gatto che brindavamo a Natale e Capodanno in salotto, quando tutto sommato non è che mi dispiacesse troppo la solitudine cercata, perché tanto l’amore non esiste… Ecco che, con la forza di un vento che sa di tempesta, l’amore è apparso di una luce abbagliante. Ho preso una lunga pausa dal mio blog, perché per alcuni mesi ogni volta che mi mettevo davanti al pc, alla mente mi venivano solo frasi di una melassa da carie. Poi i preparativi e le nozze (foto Alessandro Baglioni), e piano piano la vita riprende la sua routine, anche se adesso il gatto è in lotta con mio marito per la spartizione del territorio, la casa. Eccomi quindi di nuovo qui, con in mano il mio blog, a cui adesso dedicherò molto più tempo, anche se il lavoro al quotidiano mi assorbe tante energie. Ma ho imparato che ciò a cui si tiene va curato sempre: sta lì la nostra gioia.

“Un romanzo inglese”, le donne e la guerra nel libro di Stéphanie Hochet

Con stile garbato, la scrittrice Stéphanie Hochet nel libro “Un romanzo inglese”, appena uscito in Italia con la casa editrice Voland e la traduzione di Roberto Lana, ci conduce nel Sussex del 1917. La scrittura però inizia a scavare sulla superficie delle apparenze, lasciandoci entrare nei pensieri contrastanti dei personaggi che dominano la narrazione. Un romanzo profondo, a tratti doloroso, per la forza dirompente e inaspettata con cui certe verità si stagliano all’improvviso davanti agli occhi.

All’annuncio sul “Times” per la ricerca di una governante, che si prenda cura di un bambino di quasi tre anni, risponde George. Anna, moglie di Edward e madre del piccolo Jack, vuole tornare a occuparsi del proprio mestiere di traduttrice. Leggendo la lettera di risposta all’annuncio sul giornale che si conclude con la firma George, Anna immagina che la governante sia una donna e che come la scrittrice George Eliot abbia deciso di usare uno pseudonimo maschile. Questo la entusiasma poiché è appassionata di letteratura e il suo entusiasmo diventa anche mio: torno col ricordo ai tempi universitari della facoltà di lingue e letterature straniere, in cui divoravo romanzi inglesi. Il libro è intessuto di citazioni esplicite o sottese a grandi scrittori, Emily Brontë, Thomas Hardy, Joseph Conrad, Shakespeare, Virginia Woolf, D.H. Lawrence, Joyce, Emily Dickinson… La narrazione, talvolta in prima e altre in terza persona, svela i ragionamenti dei personaggi, le loro paure, i loro desideri. Siamo nel 1917, la popolazione è stremata dalla guerra. Anna e Edward, con domestiche al seguito, hanno lasciato Londra per i continui bombardamenti a cui è sottoposta la città e si sono rifugiati nel loro cottage nel Sussex, in campagna. Pur appartenendo a una classe agiata, si trovano anche loro a fare i conti con la fame. E la gelata notturna delle poche verdure nell’orto può voler dire che non ci sarà niente da mangiare. La guerra si è portata via quasi tutti gli uomini, sono in trincea a combattere, sono morti nel fango delle Fiandre. È alle donne che sono rimaste le redini di tutto. Pur nelle ristrettezze, la famiglia di Anna e Edward non rinuncia ad alcune abitudini, come il rito del tè.

L’arrivo di George, che poi è un ragazzo e non una donna come aveva immaginato Anna, è dirompente nel ménage familiare. Jack si affeziona moltissimo a George, sembra preferirlo ai propri genitori; del resto è con lui che trascorre la maggior parte del tempo, è solo con lui che gioca, si diverte, impara. È soltanto George che lo aiuta a mangiare, lo veste, e gli pulisce il naso. Anna lo ammira ed è sollevata. Edward, invece, è geloso. Le tante qualità di George, un uomo gentile e bello che sa ascoltare, con cui è piacevole conversare, che è disinvolto e amabile con i bambini, mettono ancora più in risalto le mancanze di Edward, marito e padre assente, concentrato solo sul suo negozio di orologi e su quei marchingegni perfettamente ordinati e sempre uguali.

“Restituisco a George quello che mi dona. L’ascolto, lo sguardo, l’attenzione. È meglio diffidare di certe intimità, ma ciò non mi impedisce di apprezzare il cambiamento, il benessere che consiste nell’esistere agli occhi di qualcuno”.

Anna è una donna molto cerebrale, quasi ossessiva in alcuni pensieri ricorrenti, forse anche a causa di questo isolamento che sta vivendo rispetto a una vita più sociale e varia nella grande città. La guerra è comunque una presenza che pesa sulle loro esistenze, anche se nel Sussex non arrivano le bombe, ne sentono tutte le conseguenze, compresa la preoccupazione per un cugino al fronte di cui non si sa più nulla. Alcune questioni sono legate a quel tempo e oggi possiamo considerarle superate, come il voto alle donne. Ma ci sono aspetti ancora attuali, pur a cento anni di distanza. I condizionamenti della società sulla donna, che se non diventa madre è spesso giudicata di minor valore, e che però se è madre deve bilanciare tutti i ruoli, donna, moglie, madre, perdendo spesso di vista sé stessa. Un gesto di libertà è possibile, ma se fosse un romanzo inglese dell’Ottocento o dei primi del Novecento, non potrebbe avere che un finale drammatico. Anna cosa deciderà di fare? Voleva veramente questo bambino? Lo ama ma a volte non si sente capace di occuparsene e prova pensieri di cui ha timore. Anna prova l’ebrezza della vita che rinasce, passeggiando per le vie di Londra, dopo la fine della prima guerra mondiale. Riuscirà a fare a meno di quella libertà gioiosa e a tornare nella ragnatela di Edward?

Nella parte finale del libro è Jack in primo piano. Lui che è nato con lo scoppio della prima guerra mondiale, adesso si trova catapultato nel secondo conflitto mondiale. Di nuovo sirene, aerei che bombardano, e il coraggio dei giovani piloti della mitica Raf, la Royal Air Force. Non emergono dunque solo la questione femminile, il bisogno di “a room of one’s own”, i condizionamenti sociali, l’incapacità di esprimere i propri sentimenti e affermare i propri desideri sopra le convenzioni. È la guerra che sta sotto a tutta la narrazione per riesplodere nel finale, lasciandoci senza fiato.

 

“Sordomutuo”, la vita agra di Alessandro Angeli

La storia racconta di un aspirante scrittore alle prese con due bambini da crescere insieme alla moglie ostetrica, un lavoro precario da insegnante, un mutuo da firmare, e il confronto quotidiano, febbrile, a tratti scoraggiante, con il suo ineguagliabile maestro John Fante. Lo scrittore Alessandro Angeli nel libro “Sordomutuo”, edito da Strade Bianche di Stampa Alternativa, non si trova un alter ego, né costruisce un protagonista che gli assomigli. A parlare in prima persona è proprio lui, Alessandro Angeli, che con grande schiettezza ci stampa davanti la sua “vita agra”. Il sottotitolo “Come diventare il più grande scrittore del tuo condominio nonostante la famiglia” stabilisce già, prima di aprire il libro, una necessità di isolamento per potersi concentrare e mettere tutto sé stesso nella scrittura, nel sogno di affermarsi come grande autore. Un desiderio che non c’entra niente con i soldi o con la fama ma piuttosto con una profonda soddisfazione personale da voler conquistare, nonostante la famiglia. È un impegno tirare su due figli, pur con una madre accudente ma che comunque lavora, pur con nonni pronti a dare una mano. A distrarre dal sogno arrivano febbri e vomiti dei bambini, la stanchezza di non perderli d’occhio un attimo, notti semi insonni, il legame di coppia da far funzionare senza lasciarsi schiacciare dalle incombenze quotidiane… Ma quella stessa vita familiare è nutrimento. Tornare a casa ed essere accolti dal viso sorridente del piccolo Martino, giocare con Francesco, una serata spensierata con la moglie Serena che basta a far ricordare a entrambi che l’amore c’è ancora, c’è sempre stato, e non è coperto dai pannolini, né dai pigiamoni. La lettura scorre, fa sorridere e riflettere. Alessandro si mostra senza indugi nei suoi pensieri più intimi, nelle preoccupazioni, nelle aspirazioni. È un libro ben scritto, asciutto, a cui non toglierei una frase. Alessandro ama alla follia John Fante, cita i suoi libri e le sensazioni che gli suscitano. Ma, come precisa l’editore Marcello Baraghini nella prefazione, “non copia Fante, semplicemente si nutre di lui e così scaturiscono le pagine dei suoi racconti di vita quotidiana senza una riga di finzione, ma anche senza pietà, senza difese, senza commiserazione…”.

In alcune situazioni potranno ritrovarsi in molti, il primo giorno di insegnamento, la paura di farsi mettere i piedi in testa dagli allievi, di non ricordarsi tutto quello che c’è da spiegare. Il timore di sbagliare, di non essere all’altezza. Scrupoli che spesso si fa non chi meno sa ma chi è abituato ad aspettarsi molto da sé stesso.

Alessandro apre la porta di casa propria al lettore. E ammiro il coraggio di fregarsene del giudizio altrui. Non che ci sia nulla di sconcertante nella sua vita familiare. Ma lui ci fa entrare sin nelle viscere.

Io e Serena eravamo l’uno il contrario dell’altra. Le volte che andavamo al mare, per dire, e il cielo limpido ci mostrava le sagome montuose all’orizzonte, io rimanevo affascinato in contemplazione, mentre lei, accanto a me, puntando l’indice in aria cominciava ad enumerare: “Quello lì è il Giglio, accanto c’è Montecristo, questa qui invece è l’Elba”. Restavo ad ascoltarla ammutolito, perché per me quei contorni misteriosi avevano tutti il solito nome: libertà.

Alessandro entra nei colori, nei paesaggi, nelle situazioni, osserva e ci si immerge per empatia. Diventa fiore, albero, quartiere desolato, mare. Con la sua sensibilità riesce a sentire e far sentire.

Il libro, uscito nell’estate 2017, è stato presentato alla Cava di Roselle, a Grosseto, e il 9 settembre alle 21.30 sarà illustrato al Festival internazionale di letteratura resistente organizzato da Marcello Baraghini nei locali di Strade Bianche, in via Zuccarelli 25, a Pitigliano. Al fianco dell’autore ci saranno Andrea Rocchi e Luca Bonelli. Il festival si concluderà domenica 10 settembre con “Gli scrittori ergastolani”: Carmelo Musumeci, Bruno Ventura e Nicola Valentino dialogano con Giuliano Capecchi, Francesca De Carolis e Nadia Bizzotto.

Il mondo incantato di Barbaglia

Pontremoli, 16 luglio 2017 – Il giorno tanto atteso è arrivato. Sapremo chi tra i sei finalisti si aggiudica il Premio Bancarella 2017. Con tutto il rispetto per gli altri autori, per me il vincitore è, qualsiasi sia il verdetto della giuria, Alessandro Barbaglia.

finalisti del Premio Bancarella 2017 sono“Il giardino dei fiori segreti” di Cristina Caboni, “I Medici – Una dinastia al potere” di Matteo Strukul (adesso sappiamo che è il vincitore, ndr), “La guardia, il poeta e l’investigatore” di Jung-myung Lee, “Gocce di veleno” di Valeria Benatti, “Magari domani resto” di Lorenzo Marone e “La Locanda dell’Ultima Solitudine” di Alessandro Barbaglia.

Quando la mia amica libraia Federica Falconi della Mondadori di Grosseto mi ha proposto di presentare il romanzo “La Locanda dell’Ultima Solitudine” in un pomeriggio di primavera mi sono riservata di rispondere dopo averlo letto. Perché non potrei presentare un libro che non mi piace. Lei sorrideva, lei che mi conosce bene già sapeva che quel romanzo mi avrebbe incantato.

È come con le persone, o mi innamoro subito o non succederà mai. Non leggo la quarta di copertina, né le parti interne che riportano la sinossi. Voglio scoprire tutto da sola. Dalle prime pagine già sentivo tutto il piacere della lettura, tanto da non voler andare troppo avanti ogni sera, per averne ancora un po’. E spero tanto che Barbaglia scriva molti altri libri, che saranno la mia coperta di Linus. Adoro “La Locanda dell’Ultima Solitudine”, la storia, le sue parti originali e fantasiose, ma soprattutto lo stile quasi fiabesco, eppure ironico, mai sdolcinato. È stata quindi una gioia averlo potuto presentare il 18 maggio 2017 a Grosseto, conoscere Alessandro, trovare subito una grande sintonia. Un’empatia che ci ha permesso di parlare insieme del romanzo senza aver concordato tempi e domande, sono venuti da sé, con naturalezza.

Pubblicato da Mondadori, “La Locanda dell’Ultima Solitudine” è il romanzo d’esordio di Alessandro Barbaglia, poeta e libraio di Novara. Leggerlo mi ha suscitato lo stesso incanto che si prova da bambini quando ci leggono una fiaba. I protagonisti della storia narrata sono Libero e Viola, che vivono in due realtà diverse seppur non distanti. Libero nella grande città e Viola nel piccolo paese di Bisogno. Seguiamo le loro vite che scorrono in maniera indipendente e non sappiamo se a un certo punto si incontreranno nel loro cammino. E questo non lo posso svelare.

Libero e Viola sono due personaggi molto particolari. Libero adora le attese, in particolare l’attesa di Lei, la donna della sua vita, una figura che ha idealizzato. Se la immagina bellissima, con labbra rosse come il vino Nebbiolo e pelle di vaniglia. Libero vive in una casa tutta blu e quasi vuota perché vuole aspettare Lei per riempirla insieme di oggetti. In questo vuoto spicca un baule, che a Libero è stato dato da una sua vicina di casa mentre stava traslocando. Dentro al baule c’è solo un biglietto da visita, quello della Locanda dell’Ultima Solitudine, descritta come il posto più bello del mondo. Ed è qui, in questo luogo magico, arroccato su uno scoglio, dove il mare si unisce al cielo, che Libero fa una bizzarra prenotazione. Già, perché Libero telefona e prenota per due persone ma a distanza di 10 anni. Un tempo secondo lui sufficiente di attesa per trovare la sua Lei.

Viola, invece, è una ragazza un po’ ribelle, è impaziente di andarsene dal suo paesello, vuole viaggiare e fare esperienze. La sua famiglia ha una particolarità. Le donne, di generazione in generazione, si tramandano l’arte di accordare i fiori. Infatti, se sono fuori tono, i fiori possono mandare messaggi negativi. Soprattutto la menta diventa una grande bugiarda.

L’altra grande protagonista è la locanda, che racchiude in sé una storia che ci riporta a un episodio della Seconda guerra mondiale. È un posto magico, dove avvengono cose straordinarie. Più facili da credere che da capire.

Durante la presentazione, ho potuto chiedere a Alessandro alcune curiosità, domande che mi sono posta mentre leggevo il libro.

La Locanda è localizzata vicino a Camogli, a Punta Chiappa per l’esattezza. Ma esiste davvero?

“Nel 1960 mio nonno Enrico, partigiano e falegname, comprò insieme a un amico un terreno lontano rispetto a dove abitavano. Così se vengono i tedeschi col cazzo che ci trovano! Questa storia ce la facevamo raccontare da piccoli, anche solo per sentire l’unica parolaccia che diceva. Quando mio nonno è morto abbiamo ereditato questo terreno, che pensavano non esistesse. Che fosse solo un’invenzione. Questa leggenda familiare è stata fonte d’ispirazione… A Punta Chiappa sono arrivato un giorno per caso. Un posto bellissimo, scoglio, mare, cielo, luna. E mi sono detto: è qui che sarà la locanda di Enrico”.

Quindi il romanzo nasce da un luogo o da un concetto?

“Quando ho iniziato a scriverlo avevo solo la storia di mio nonno. Ma tutto il libro parte da una domanda: si può avere nostalgia del futuro? Di qualcosa che non è ancora arrivato? Sì, certo. Ma anche no. Libero è convinto che nella vita le cose basta attenderle. Lui ha nostalgia del futuro e riesce a fare una prenotazione per una data distante dieci anni dal suo presente. Ma volevo rispondere anche di no alla nostalgia del futuro. Ci voleva coraggio. Ci voleva una donna, Viola. È un fiore, radicata nel suo paese, Bisogno, ma lei ha altri bisogni. Allora le possibilità sono: andare via oppure mettere gambe alle proprie radici. Per Viola non ci può essere nostalgia del futuro. Queste due risposte così distanti si incontrano”.

Assomigli più a Libero o a Viola?

“Sono Libero nella prima parte del libro. Fa confusione tra aspettare e attendere nel senso di tendere a un obiettivo, proprio come me. Ma voglio molto bene a Viola, con questa mamma un po’ pazza e le sue stanze per fare gridare le persone come terapia liberatoria. Mi piacerebbe dire che sono più simile a Viola ma non è così”.

Immagino che da libraio avrai organizzato molte presentazioni di autori. Come ti trovi dall’altra parte?

“Fortunato di vivere questa esperienza, in realtà in un terreno che non sento tanto mio. Considero il mio maestro Dino Buzzati. A volte lo sogno e conversiamo. Mi capita di sognare anche Calvino, ma non mi parla. Sono felice di essere stato scelto come finalista per il Premio Bancarella e del percorso vissuto insieme agli altri autori, di aver portato il libro in giro per l’Italia e incontrato molti studenti”.

Il mio consiglio è di leggere il libro di Barbaglia ma anche di andare alle presentazioni perché lette e spiegate da lui le parole, le scene, acquistano un sapore più intenso. E potrete scoprire molto altro del libro e del suo autore.

Dolce e ironica “Sirena”Incontro con Barbara Garlaschelli

Sull’ingresso del cinema Stella a Grosseto, in una attesa già carica di emozione, vedo arrivare la scrittrice Barbara Garlaschelli con suo marito Giampaolo. Eccola. La leggo con piacere e divertimento, la seguo su Facebook e sul blog Sdiario, la ammiro e ora posso conoscerla per il tempo di una intervista e di una serata cine-letteraria. Mi colpisce subito il suo sorriso dolce, accogliente, che ti abbraccia. Di certo è una dolcezza vera e profonda perché passata al crogiolo. Lei e suo marito sono un tutt’uno di amore che dà pace anche ai cuori inquieti. Roberta Lepri, romanziera di razza e mia grande amica, ci presenta. Le do un Mandala fiorito che ho disegnato per lei e sono contenta che le piaccia. Un po’ appartate facciamo l’intervista e ne approfitto per il firma copia di “Sirena”. Sono incontri che ti arricchiscono dentro, che danno altri punti di vista. Prima di tornare a Piacenza, Barbara e Giampaolo si sono soffermati a Punta Ala, per guardare il mare…

Se volete leggere l’intervista uscita su La Nazione, questo è il link:

http://www.lanazione.it/grosseto/sesso-disabilit%C3%A0-1.2042958